Coronavirus e difese naturali

Coronavirus e difese naturali
1 Novembre 2020 Antonio Diana

La malattia causata dal nuovo coronavirus (SARS-CoV2), denominata Covid 19, colpisce con gravità variabile da soggetto a soggetto. Tende ad essere più grave nelle età più avanzate, negli uomini ed in soggetti con altre patologie. Tuttavia, anche in soggetti con fattori di rischio simili si possono avere quadri variabili, da asintomatico a fatale, sulla base di una predisposizione individuale che è in corso di studio e che è legata alla nostra maggiore o minore capacità di far partire i meccanismi difensivi.

Da diversi anni sappiamo che un mediatore fondamentale di queste difese è un gas prodotto dal nostro metabolismo, il sulfide di idrogeno (H2S). Questo gas, quando rilasciato dalle cellule polmonari colpite dal virus, diffonde ai vicini vasi sanguigni e blocca temporaneamente la capacità dei globuli bianchi di indurre infiammazione. In mancanza di infiammazione il virus non riesce a replicare e la malattia non si verifica. Questo meccanismo si indebolisce con l’avanzare dell’età ed è più attivo nelle donne in età fertile perché gli estrogeni stimolano una delle vie che lo attivano. Secondo alcuni studi, il nuovo coronavirus è in grado, più di altri virus, di bloccare questo meccanismo. Questa suscettibilità ha una base genetica. Diverse evidenze scientifiche indicano nel gene (HMOX1) che codifica per l’enzima eme-ossigenasi (HO-1) quello più direttamente coinvolto. (Dattilo M. Role of host defences in Covid 19 and treatments thereof. Mol Med 2020; 26:90. https://molmed.biomedcentral.com/articles/10.1186/s10020-020-00216-9)

 

 Azione del sulfide di idrogeno (H2S) sul Covid 19

Il gene ha una sequenza iniziale (promoter) che da il segnale per il suo utilizzo e quindi per la sua espressione. Le persone che hanno ereditato un promoter lungo (molte ripetizioni GT) sono più lente nell’attivare il gene e potrebbero reagire troppo tardi, ovvero quando il virus ha già iniziato a replicarsi ed è già abbastanza forte da bloccare le nostre difese. Questo test genetico, in realtà relativamente semplice ed economico, non è però ancora disponibile nella routine clinica.

L’enzima HO-1 metabolizza il gruppo eme dell’emoglobina rilasciando un gas, il monossido di carbonio (CO). CO a sua volta attiva il rilascio di H2S e le difese antivirali. È pertanto possibile che, stimolando l’attività di CO e/o di H2S, si possa rendere più resistenti anche soggetti molto suscettibili al coronavirus. Già prima dell’epidemia erano in sviluppo diversi farmaci con questo obiettivo (utile anche nella malattia cardiovascolare) ma nessuno di questi è già disponibile. Il problema fondamentale é che questi meccanismi devono agire solo dove e quando serve mentre un farmaco ne stimola l’attività indipendentemente dal bisogno. I farmaci potrebbero causare livelli troppo alti di CO o di H2S, che sono altamente tossici, e la tollerabilità è difficile da garantire.

Idealmente, dovremmo irrobustire i meccanismi naturali di rilascio così che, al momento del bisogno, la loro attività sia pronta e completa anche in persone geneticamente “deboli”. La ricerca Parthenogen ha messo a punto una combinazione di micronutrienti (Redostim) che alimentano direttamente la produzione di H2S. Per micronutrienti si intendono sostanze che dobbiamo assumere con la dieta anche se in quantità molto piccole (micro). Studi sul metaboloma in spettrometria di massa evidenziano la capacità di questi micronutrienti di aumentare il rilascio sia di H2S che di CO denotando un’evidente attivazione del sistema.

 

Questi risultati sono molto incoraggianti ma la capacità di questi micronutrienti di aumentare la resistenza al coronavirus o la gravità di un’infezione già in atto non è nota e dovrà essere dimostrata con studi clinici.

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